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"Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato", 38 anni fa l'omicidio Losardo. Il figlio: "Nessuno ha raccolto il suo testimone"

losardo giovanniQuattro colpi di lupara e uno di pistola. Sembrava una sera come tante, quel 21 giugno di 38 anni fa, per Giovanni Losardo, detto Giannino, segretario capo della Procura della Repubblica di Paola, ex sindaco e assessore in quota Pci del comune di Cetraro, Alto Tirreno cosentino, Calabria. E invece in quella maledetta sera di inizio estate del 1980 due killer in moto affiancarono la sua 126 azzurrina e aprirono il fuoco. Giannino, ferito, usci' dalla macchina per tentare di salvarsi. Fu raggiunto da un altro colpo, stavolta di pistola. Si accascio'. Soccorso, una volta ricoverato all'ospedale di Paola, disse con estrema lucidita': "Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato". Mori' dopo poche ore a 54 anni. Lascio' una moglie e due figli, Raffaele e Angela, che, dopo quasi 40 anni, ancora non hanno ricevuto giustizia. Giannino e' una delle oltre 900 vittime innocenti di mafia i cui nomi vengono letti il 21 marzo di ogni anno in occasione della Giornata della memoria e dell'impegno, alla fine dell'ormai tradizionale marcia guidata da Libera. UN OMICIDIO ANCORA SENZA GIUSTIZIA - "Volevano colpire l'amministratore che impediva determinati traffici e il segretario della Procura della Repubblica di Paola che con lealta' verso lo Stato vigilava affinche' la macchina della giustizia funzionasse correttamente". A parlare all'agenzia Dire e' il figlio Raffaele, allora giovane studente di Giurisprudenza della Sapienza, oggi noto avvocato della scena romana. "Non so se c'e' stata una saldatura precisa tra questi due profili: l'azione politico-amministrativa a Cetraro e l'attivita' di funzionario integerrimo al Tribunale di Paola- aggiunge- Attivita' che hanno suscitato entrambe una serie di opposizioni, che probabilmente si saldarono tra loro in un quadro di tipo criminoso. Ma queste restano ipotesi. Le indagini, a loro tempo, furono indirizzate solo sull'ambiente di Cetraro. Non furono toccate queste possibili connessioni". Parla di "possibili connessioni", Raffaele, legami che furono pero' accertati nel corso del processo Losardo e in altri procedimenti giudiziari ad esso legati: "È noto che Franco Muto (il boss della 'ndrangheta di Cetraro noto come il 'Re del pesce', ndr) godesse di privilegi che non venivano accordati normalmente a persone perbene- spiega Raffaele- Da parte delle banche, per esempio. O di personaggi dell'amministrazione comunale di Cetraro che intrattenevano con lui rapporti di comparaggio. C'era un clima di diffusa copertura, collusione, connivenza. Lo stesso processo che ha opposto Ciccio Martorelli (politico del Pci e avvocato, ndr) e l'allora presidente del Tribunale di Paola, William Scalfari, ha dimostrato che l'affermazione di Martorelli, che aveva denunciato 'rapporti diretti o indiretti' di quel magistrato con la malavita locale, non fu ritenuta scorretta da parte della Corte di Cassazione". Indagini, quelle sul caso Losardo, che si arenarono subito, secondo il figlio di Giannino "per responsabilita' molteplici". "Inizialmente non furono neanche completate le indagini e fu necessario andare a Bari- racconta- Pochi anni dopo ci fu anche l'ispezione del magistrato ispettore Francantonio Granero, su disposizione del ministero di Grazia e Giustizia, per indagare sui rapporti illegali di alcuni magistrati di Paola". Vicende che continuano ad interrogare la cittadina del litorale calabrese, saccheggiato negli anni dai voraci interessi dei boss cetraresi e da una speculazione edilizia che ha devastato la costa: "Il processo sull'omicidio di mio padre si e' chiuso nel 1986 senza l'individuazione dei colpevoli- spiega amareggiato Raffaele- Che io sappia non esistono elementi per una riapertura delle indagini. E intanto il tempo che passa giova agli autori del crimine".

"Direi che nessuna forza politica e' riuscita a raccogliere il testimone di papa' e del Pci, che in quegli anni era baluardo della questione morale e della lotta alle mafie- afferma convinto Raffaele- Quando Berlinguer scese in Calabria per i funerali di mio padre avverti' dai rischi della trasformazione dei partiti in macchine di potere, permeabili alle cosche criminali. Purtroppo questa trasformazione l'ha subita in parte anche il Pci, i cui eredi non brillano nella volonta' di mantenersi fedeli a quegli ideali di giustizia per cui ha combattuto mio padre". Secondo il figlio di Giannino non bisogna limitarsi alla memoria, alla celebrazione degli anniversari delle vittime di mafia: "È necessario mantenere vivo il ricordo e suscitare consapevolezza per andare al di la' delle manifestazioni esteriori e fare in modo che le forze politiche assumano un maggiore impegno, ricordando- chiarisce- che la questione morale non e' morta con Berlinguer, ma continua ad essere un tema centrale nel nostro Paese".  "Io sono estremamente allarmato- continua Raffaele Losardo- Gia' in altre occasioni ho avuto modo di dire che secondo me la Calabria e' diventata un triste spettacolo, per il saccheggio delle sue bellezze, per i danneggiamenti ambientali diffusi compiuti con spavalderia, a cielo aperto. La Calabria rischia di diventare il fondo piu' disagiato del nostro stivale". Manca una classe dirigente all'altezza di queste sfide, secondo l'avvocato Losardo, "politici che di fronte all'affondamento delle navi dei veleni, all'interramento di materiali tossici nell'alveo dei fiumi, che causano un aumento delle morti" siano in grado di "alzare la voce" e farla valere nei confronti del governo. "Siamo a livelli di guardia ormai, la Calabria e' diventata una pattumiera, alla stregua dei Paesi del Terzo e Quarto mondo".

"L'unica speranza di salvezza per la Calabria e per tutto il Paese puo' arrivare da persone come Soumaila Sacko, il lavoratore maliano ucciso a schioppettate da un calabrese, a cui ho dedicato un omaggio e un saluto in occasione dell'ultimo appuntamento con il Premio Losardo- dichiara convinto Raffaele- Viveva onestamente del suo lavoro Sacko. Le persone diseredate come lui hanno quel desiderio di dignita', di lavoro e di speranza che forse tanti italiani hanno perduto o hanno messo da parte in nome di momentanee convenienze, per usarli come manodopera a basso costo- ragiona- Spero che queste persone che lavorano e si organizzano per restituire dignita' al lavoro abbiano la forza di raddrizzare questa barca che rischia di affondare". Secondo il figlio di Giannino, un filo rosso sembra unire Sacko e la migliore tradizione culturale e sociale del Paese, rappresentata oggi anche dalla Chiesa di Papa Francesco a cui "riconosco, pur non essendo credente, una grande operativita' sul piano della dignita' umana, che vedo smarrita nella gran parte delle forze del Paese". Quella dignita' per cui ha combattuto don Lorenzo Milani, una delle figure simbolo della Chiesa degli ultimi, di cui Raffaele ci tiene a leggere un passo del discorso ai cappellani militari toscani: "Non discutero' qui l'idea di Patria in se'. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi pero' avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi diro' che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto".